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Resistenza italiana
Bambina operaia, donna nella storia

 

di Dina Ermini                                                              copertina libro

pp. 272 - € 18,00                                                   

 

 

 

 

 

In copertina, Giuseppe Motti, 1950, Comizio (particolare) 

 
Guerriglia a nord

 

di Antonio Vangelista copertina libro  

1995, pp. 320 - € 20,00                                                   

 

 

Da “Guerriglia a nord”, la cronaca di una serie di battaglie partigiane delle brigate garibaldine “Garemi” che operarono a lungo e tra mille difficoltà nel triangolo Vicenza-Verona-Trento:

 

 « ... una seconda ondata di pallottole passò sopra le nostre teste con il rumore di uno stormo di pernici che si leva in volo e con qualche sibilo in più. Norino era appoggiato alla roccia vicino a me ed esaminava i suoi occhiali con una lente fracassata da un proiettile. Se li era messi pochi istanti prima, per cercar di seguire Serra e Nosetta lungo il costone e non se li era più tolti. Quando i tedeschi avevano sparato la prima raffica, egli era di profilo e una pallottola anziché colpirlo in pieno l’aveva rasentato, strisciandogli vicinissima alla tempia e colpendo la lente.

«Che cosa è stato?» gli chiesi. Norino mi guardò e si mise a ridere.

«Vedi – rispose – è passata di qui» e indicò i frantumi del vetro rimasti ancora sulla montatura.

«Se mi fossi spostato di un centimetro, a quest’ora sarei nel mondo dei miei avi...».

Mi pareva un caso incredibile, eppure era accaduto.

Alla seconda sparatoria dei tedeschi fece eco una serie di colpi da parte nostra, ma non erano diretti contro un bersaglio sicuro, poiché non avevamo scoperto neppure il fumo della seconda raffica. Dopo l’imboscata del mattino questa seconda sorpresa non ci voleva. Ci restavano poche ore di luce e non si poteva raggiungere Cima Posta col buio a causa dell’asperità dei sentieri. Attaccare i tedeschi significava subire delle perdite, poiché dovevamo muovere i primi cinquanta passi allo scoperto, e poi non avevamo individuato con esattezza l’ubicazione dei loro nidi di mitragliatrice né potevamo con precisione stabilire la vastità e l’efficacia del loro raggio di fuoco.

Questi fatti ci indussero a desistere dal proposito di contrattaccare: uomini e munizioni per noi erano preziosi e non valeva la pena di arrischiarne la perdita effettuando un’azione in condizioni di precarietà. Avremmo scelto un’altra occasione per restituire al nemico ancor più duramente le sorprese della giornata. Perciò decidemmo di rientrare a Campetto dopo aver salutato con un paio di raffiche il nemico, che invano ci aveva attesi al varco. Il nostro piano era di tornare a Cima Posta l’indomani, ma poco prima di partire dalla malga una staffetta di Carabiniere ci portò brutte notizie: due sere prima, quando Marco ci aveva trasmesso il messaggio, l’aereo non era arrivato e il giorno appresso la pattuglia era stata attaccata in forze dai tedeschi che si erano fatti precedere nella conca da un fitto bombardamento di mortai. Il reparto di Carabiniere non aveva subito perdite, però le numerose esplosioni delle granate  avevano prodotto una certa impressione negli uomini: per due ore erano rimasti sotto il fuoco nemico, prima di potersi sganciare. Quelle notizie ci chiarirono le finalità delle due imboscate subite il giorno prima a Freselle: non si trattava di operazioni ristrette dirette contro le nostre formazioni in marcia, bensì di azioni collegate al rastrellamento che le forze nemiche stavano effettuando in gran numero verso Cima Posta. Noi eravamo andati a cozzare contro una maglia dell’accerchiamento, quindi anche i miei calcoli circa la forza dei tedeschi a Freselle erano quanto mai lontani dalla realtà.

Ai Caile oltre alla pattuglia di Carabiniere scesa dalle falde di Campogrosso dopo un ripiegamento pieno di asperità e di pericoli che era tuttavia costato qualche perdita al nemico, trovai anche gli uomini che il giorno prima avevano scalato la cresta sopra Freselle per sottrarsi all’imboscata ed erano quindi scesi per il versante opposto in direzione dello Spitz.

Ad Alberto feci un ampio racconto degli scontri subiti e insieme si compilò un messaggio per la missione addetta ai lanci aerei, con il quale si comunicava lo spostamento immediato del campo da Cima Posta al Novegno.

Una ragazza della valle recapitò alla missione in pianura le nostre comunicazioni. Nella Valle dell’Agno i servizi di collegamento e di informazioni erano stati considerevolmente perfezionati grazie alla collaborazione assidua di tutta la popolazione delle contrade e in particolare delle ragazze, quasi tutte operaie dei lanifici Marzotto. Le giovani donne erano state organizzate in squadre, ognuna delle quali aveva dei compiti precisi. Ogni qualvolta una pattuglia doveva attraversare la camionabile nel fondo valle, e ciò avveniva più volte durante il giorno, una garibaldina faceva da battistrada per evitare che i partigiani si imbattessero in qualche reparto nemico o venissero sorpresi da un’autocolonna. La vallata ai primi di luglio era minutamente controllata dalle formazioni partigiane. Ogni contrada aveva una pattuglia distaccata nel bosco o nei fienili o nei roccoli, cui prestare assistenza. Dal Civillina a Campetto sino a Malunga nella vallata attigua a quella dell’Agno conchiusa dai costoni del Pasubio, il grosso della Brigata ““garemi”” aveva consolidato la propria organizzazione.

I tedeschi e i fascisti intensificavano le loro puntate spingendosi a volte fino a pochi metri dai rifugi delle pattuglie. L’ordine era di attaccare solo se avvistati o sorpresi, ma di non impegnare il nemico in vere e proprie battaglie campali, data l’insufficiente durata di fuoco di cui potevano disporre le nostre formazioni. Il criterio cui dovevano ispirarsi i comandi delle singole unità era quello di mantenere il vantaggio e l’iniziativa sul nemico, di colpirlo perciò con il favore della posizione e della sorpresa, e non accedere, se non in caso di assoluta necessità, ai suoi tentativi di prolungare la lotta in campo aperto per evitare gravi perdite e l’accerchiamento. Le operazioni delle brigate andavano assumendo un ritmo e una vastità che mettevano in crisi i presidi tedeschi e le loro vie di comunicazione con il Trentino e con l’Austria.

Le caratteristiche principali dell’ampio settore in cui si andavano ogni giorno di più rafforzando i reparti della “Garemi”, erano costituite appunto dalle grandi vie di comunicazione che servivano ai tedeschi per il trasporto di uomini e materiali dalla e per la Germania. Dopo i primi atti di sabotaggio su vasta scala, il nemico concentrò nella zona alcune migliaia di uomini, mobilitando una gran parte delle Brigate nere del Vicentino, del Veronese e del Trevigiano. Lungo tutta la fascia pedemontana che va dal Brenta all’Adige, i reparti tedeschi e repubblicani erano stati raddoppiati e triplicati nel numero degli effettivi e dotati di autoblindo, carri armati leggeri e artiglierie. Nella zona la guerriglia si sviluppava a cavallo delle seguenti valli: del Brenta, dell’Astico, dei Signori, dell’Adige; le quattro strade, cui si aggiungevano numerosi raccordi e vie  secondarie, confluivano a Rovereto o a Trento nell’unica grande arteria per il Brennero.

Da un punto di vista strategico la zona di pertinenza delle formazioni garibaldine Garemi” aveva una particolare importanza per il nemico e, assieme a quella presidiata dai partigiani del Friuli intorno al passo di Tarvisio, era il settore che più degli altri avrebbe dovuto essere controllato dai nazifascisti. Gli alleati effettuavano giorno e notte bombardamenti sui ponti, sulle ferrovie, sulle strade, sulle stazioni ferroviarie e quindi sulle città, senza tuttavia conseguire quei successi che la quantità dei mezzi impiegati avrebbe dovuto comportare.

Le zone colpite dai bombardamenti subivano danni rilevantissimi, spesso di natura indiscriminata e quasi sempre anche in vite umane. Alcuni atti di guastamento compiuti dalle pattuglie garibaldine colpirono obiettivi che gli aerei non avrebbero potuto raggiungere se non a prezzo di tonnellate di esplosivo. Ma la ripercussione dei nostri attacchi sul morale delle truppe tedesche e fasciste provocava un effetto ancor più incisivo: il nemico transitava per le valli con il terrore scritto sui volti e con la folle paura di sentirsi sparare addosso da un momento all’altro e in un qualsiasi punto. Questo senso di insicurezza e di scarsa potenza imbestialiva i tedeschi, aumentando in loro il disagio e il panico. I fascisti odiavano le operazioni di rastrellamento come si può odiare una brutta morte. Una ragione per cui sparavano così male quando entravano in contatto coi partigiani forse era proprio questa: la tremenda paura che avevano dei “ribelli”. Se a ciò si aggiunge tutto il bagaglio deprimente della loro posizione poco morale di traditori, il loro isolamento dalla popolazione, l’assurdità e spesso la criminalità delle loro azioni, la consapevolezza per molti che sarebbe venuto un “domani di giustizia”, il basso morale dei fascisti è comprensibile. Tuttavia ’atteggiamento dei più ribaldi e dei non pochi torturatori e assassini peggiorò  degenerò progressivamente con l’aggravarsi della situazione. E anche questo indica come la natura umana intaccata da un ambiente di corruzione, attratta dall’esercizio della violenza, si disintegri nel peggio e si confonda con gli istinti della bestialità, anziché educarsi e arricchirsi con l’uso della ragione. Nel mese di giugno il ruolino della Brigata “Garemi” si era arricchito di nuove azioni militari. Con l’esplosivo lanciato dagli inglesi sul Novegno, Turco aveva fatto saltare in aria un convoglio nemico sulla linea ferroviaria Verona-Brennero. Turco aveva camminato oltre dieci ore per arrivare sull’obiettivo nei pressi di Ala, nella Valle dell’Adige. Qui, su informazioni ricevute da Verona, attese il treno carico di truppe tedesche e collocò sui binari due pagnotte di plastico con relativa matita esplosiva. Non appena le ruote anteriori della locomotiva avessero schiacciato le matite collegate al detonatore con un pezzo di miccia detonante, la macchina si sarebbe impennata esplodendo e scaraventando le vetture una contro l’altra, spinte dalla forza d’inerzia. Il colpo riuscì a perfezione. Il treno si sfasciò come un giocattolo ammucchiandosi sulla linea in un groviglio di rottami. Per più di una giornata le comunicazioni rimasero interrotte e i tedeschi impiegarono oltre mille uomini per riattivare la ferrovia e rimuovere i rottami. Radio Londra trasmise la notizia con molto rilievo: circa quattrocento tedeschi tra uccisi e feriti erano stati messi fuori combattimento. La Kommandantur di Rovereto e di Verona predispose immediatamente dei rastrellamenti nella zona, senza incontrare nemmeno l’ombra di un partigiano.

Nella Valsugana un’altra pattuglia del battaglione di Turco mitragliò due camion carichi di tedeschi. Gli automezzi vennero attaccati sulla strada tra Levico e Borgo. I partigiani aprirono il fuoco con tutte le armi a disposizione e si ritirarono. I nemici non fecero in tempo a reagire. Gli informatori di Levico comunicarono successivamente al nostro comando che le perdite subite dai nazisti erano di una decina di uomini. Sullo stradale Valdagno-Vicenza una formazione del battaglione “Stella” incendiò un’automobile tedesca uccidendo i due ufficiali che erano a bordo.

Quattro agenti nemici che avevano successivamente tentato di infiltrarsi nelle file partigiane per svolgere attività spionistica vennero individuati, processati e giustiziati. Numerosi atti di sabotaggio vennero compiuti nella zona di Schio contro linee ad alta tensione, ponti e la teleferica del cementificio.

Ai primi di luglio, Jura, che era stato con le formazioni di Giulio per completarne l’organizzazione, rientrò al comando di Brigata. In quei giorni i reparti partigiani nella Valle dell’Agno erano in continuo movimento: il nemico non dava tregua. Con una serie ininterrotta di puntate e di azioni di pattugliamento i tedeschi e i fascisti cercavano di intralciare l’attività dei nostri reparti e di colpirli singolarmente. La tattica adottata dal nostro comando di brigata era quanto mai producente: il battaglione “Stella” si articolava in una quindicina di pattuglie che operavano alle dipendenze dei rispettivi comandi di distaccamento, ma con molta autonomia e libertà di iniziativa.

L’elasticità della nostra organizzazione militare sconvolgeva i piani nemici, quasi sempre creava il vuoto davanti agli attaccanti che sovente venivano colpiti alle spalle. La tattica del frazionamento ci era imposta da molteplici esigenze di ordine operativo: il settore estremamente sorvegliato e battuto dal nemico non ci avrebbe consentito inimamente una diversa impostazione delle unità o raggruppamenti numerosi; inoltre i nazifascisti avrebbero dovuto impiegare almeno una divisione in pieno assetto di guerra per rastrellare la zona del solo battaglione “Stella”, senza contare che avrebbero comunque ottenuto risultati irrilevanti e avrebbero dovuto rifarsi, come purtroppo accadde, sulle popolazioni, cioè sulle donne, sui vecchi e sui bambini. I collegamenti tra le varie unità erano per lo più tenuti da giovani garibaldine e, occorre ripeterlo, il contributo che esse diedero non fu certamente meno apprezzabile di quello dei partigiani in armi: alcune di esse, più tardi, presero parte attiva alle azioni di guerra. La Compagnia del comando di Brigata, che era stata recentemente formata, comprendeva una ventina di uomini. I più in vista per intraprendenza e temerarietà erano: Aquila, Raul e Castoro. I primi due erano del luogo: Aquila era uno del più begli esemplari di valligiani della zona, Raul sembrava mite e quasi timido, ma la sua natura era ardente e battagliera. Egli rimase sempre con me dal giorno che lo conobbi. La sua compagnia mi era cara quanto quella di un fratello, forse perché dietro il suo volto tranquillo, quasi di fanciullo, dagli occhi cerulei e con una folta ciocca di capelli biondi che gli scendeva sulla fronte, si celavano una grande forza di volontà e una freschissima vitalità ricca di energie. Nella Compagnia comando vi erano ancora Max, che assolveva le funzioni di aiutante maggiore; Lulli, il “medico-sacrestano”; Antonio, un giovane operaio di Vicenza che odiava la malinconia quanto i tedeschi; Remigio, uno studente veronese mezzo sfaticato ma di una freddezza sorprendente di fronte ai nemici; e altri uomini del luogo. La formazione del Comando Brigata faceva distaccamento a sé e si può dire sia stata per molto tempo la più tormentata dai nazifascisti. La compagnia non rimaneva mai più di due o tre giorni nel medesimo posto; per settimane intere si dovette dormire ogni notte in fienili diversi, o in mezzo a boschi e valli diverse. Durante gli spostamenti era più facile scontrarsi col nemico che arrivare senza incidenti a destinazione. E anche quando si faceva tappa per ventiquattr’ore di seguito, gli allarmi non mancavano mai.

Il mese di luglio nella Valle dell’Agno fu uno del più movimentati e dei più sfortunati. Il primo colpo venne inferto a una pattuglia del distaccamento di Armonica. Quell’unità era dislocata quasi a cavallo del passo che dalla Vallarsa porta alla conca di Recoaro attraverso la catena collinosa che si diparte dai dirupi del Pasubio. Tre partigiani di Armonica erano usciti in perlustrazione verso Campogrosso. Avevano il compito di seguire la strada che taglia diagonalmente la gigantesca parete dolomitica senza però lasciarsi avvistare dal nemico. Durante il ritorno i tre vennero sorpresi presso una curva da una ventina di tedeschi. I partigiani cercarono di ritirarsi facendo uso delle armi, ma trovarono la strada bloccata da altri nemici. Il monte in quel tratto non offriva alcun riparo: sotto la strada si apriva il burrone e, sopra, la parete saliva quasi perpendicolare. I tre ebbero l’idea di rintanarsi in una vecchia galleria scavata nella pietra dai soldati italiani nell’altra guerra mondiale. Dal loro rifugio senza via d’uscita i tre si difesero con accanimento. I tedeschi dovevano sparare a carambola puntando contro le pareti della galleria, poiché se si fossero portati davanti per prendere d’infilata il pertugio sarebbero stati colpiti dal fuoco dei partigiani. La sparatoria durò qualche minuto, poi i nemici lanciarono delle bombe a mano. Una scoppiò nell’imboccatura della galleria e il primo dei tre partigiani venne investito mortalmente dall’esplosione. Il secondo si spinse di corsa fuori dal rifugio scaricando il suo Sten contro i tedeschi, ma venne freddato all’istante e cadde a pochi metri dal terzo compagno, il quale si ritirò nel fondo buio della cavità. I tedeschi lo uccisero lanciandogli contro due bombe a mano. »

 

Scritto all'inizio del 1951, questo testo è fra le prime testimonianza partigiane. L'autore aveva una memoria fotografica di fatti recenti cui aveva partecipato direttamente. Il libro ricostruisce la nascita della guerra partigiana nell'alto Vicentino, dalle prime forme  spontanee di resistenza fino alla costituzione delle combattive brigate garibaldine "Garemi".

 

Antonio Vangelista, nato a Bassano del Grappa nel 1924, iniziò l'attività antifascista prima dell'8 settembre 1943: subito dopo, entrò nella Resistenza, impegnandovisi per i venti mesi della guerra partigiana.

Fu uno dei fondatori delle formazioni Garemi. Morì nel 1995.

 

 

In copertina, La battaglia del Pasubio, 31 luglio 1944, in un disegno di Piero Zaltron: è l'episodio ricordato nel libro a p. 208 

 
Rapporto Garemi

 

di Aramin                                                                           copertina libro                                                      

pp. 180 - € 13,00                                                   

 

 

 

 

In copertina, istantanea della liberazione di Schio 

 
Donne e Resistenza in Emilia Romagna

 

di Ilva Vaccari - Franca Pieroni Bortolotti - Paola Gaiotti De Biase

 

                                                         

1978, pp. 1016  - € 50,00

tre volumi                                  

1) La donna nel ventennio fascista 1919-43                 copertina libro

di Ilva Vaccari 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

in copertina, Mondine arrestate a Ferrara nel 1907

 

 

 

2) Donne della Resistenza e questione femminile in Emilia Romagna 1943-1945

di Franca Pieroni Bortolotti                                                                        copertina secondo libro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

in copertina, Staffetta partigiana nel giorno della liberazione di Reggio Emilia

 

 

 

 

3) La donna nella vita sociale e politica della Repubblica 1945-48

                                                                               copertina terzo libro

di Paola Gaiotti De Biase 

 

 

 

 

 

 

 

 

in copertina, Manifestazione per la riforma dei patti mezzadrili, l'abolizione delle regalìe, degli obblighi e delle onoranze a Bastiglia (Modena) nel 1948

 

 
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