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Resistenza italiana
La terra delle tre lune

 

di Filippo Colombara                                                                copertina libro

pp. 320  - € 19,00                                                   

 

 

Una ricerca di storia orale, in cui avvenimenti come la nascita del socialismo, il ventennio fascista, la Resistenza, vengono descritti da decine di testimoni attraverso gli accadimenti dei singoli e della collettività.

"La terra delle tre lune. Classi popolari nella prima metà del Novecento in un paese dell'alto Piemonte: Prato Sesia" è la storia di una piccola comunità indagata con fonti scritte, iconografiche, orali. 

 

Filippo Colombara, nato nel 1952, si interessa di storia e cultura delle classi popolari italiane.

 

In copertina, il particolare di un affresco su tela di sacco del 1989 di Antonio Mignozzi, Percorso secondario 

 
Esercito e democrazia

 

di Adriano Oliva                                                               copertina libro

1976, pp. 80  - € 7,50                                                   

 

 

Adriano Oliva, militare di carriera, fu uno dei pochi ufficiali che parteciparono alla Resistenza, dopo aver assistito allo sfacelo dell'esercito.

Nella lotta partigiana, completamente diversa da quella dei militari, Oliva scoprì la saldatura fra le aspirazioni di un popolo e la sua mobilitazione per difendersi: la guerra dei partigiani terminò con la vittoria, la guerra degli stati maggiori terminò con il disfacimento dell'esercito.

Durante la Resistenza, Adriano Oliva scrisse i primi articoli sulla necessità della democratizzazione delle Forze Armate.

 

Nato nel 1911 in provincia di Napoli, Adriano Oliva partecipò all'ultima guerra come ufficiale osservatore sui fronti tunisino, egiziano, del Mediterraneo e nei Balcani.

Dal 1943 aderì alla lotta partigiana a Reggio Emilia.  

 
Tromba in Fa

 

di Umberto Ricca                                                              copertina libro

1969, pp. 412  - € 21,00                                                   

 

 

I

 
Un numero, un uomo

 

di Franco Varini                                                                  copertina libro

pp. 128  - € 12,00                                                   

 

 

« Mi chiamo Franco Varini, sono nato a Bologna il 5 agosto del 1926 e ho sempre vissuto a Bologna. Sono entrato nella resistenza quasi casualmente e ritengo di essere stato uno tra i primi, entrati quasi per gioco nelle sue file. Eravamo un gruppo di ragazzi e abbiamo iniziato in sordina. Dopo un certo  eriodo sono stato inquadrato in una formazione partigiana, la quinta brigata Otello Bonvicini divisione di Bologna, nella quale ho militato fino a quando su delazione sono stato arrestato. Questo è avvenuto l'8 luglio 1944. Il giorno prima mi avevano avvertito che stavano puntando i riflettori contro di noi. Ho  cercato di far fuggire tutti i miei compagni. Io ho chiesto a degli amici che gestivano un bar se potevo fingermi un loro lavoratore. Il giorno dopo ero a lavorare nella cantina di questo bar. La sorella del proprietario mi chiama “Franco, scusa, puoi salire?” Sono salito e ho visto tutti gli avventori del bar con le braccia alzate. Dei militi della Brigata Nera mi hanno chiesto come mi chiamavo e mi hanno portato fuori con loro. Mi hanno portato al centro della strada, in viale Aldini a Bologna, un viale che ancora esiste e dove ancora esiste il bar nel quale sono stato arrestato, a braccia alzate. Erano in quattro delle Brigate Nere e mi si sono messi di lato, offrendo di fatto uno spettacolo a tutti coloro che assistevano. Mi hanno messo in una cella dove sono rimasto circa un'ora, dopodiché mi hanno fatto salire su una macchina e mi hanno portato in via Santa Chiara, una strada di Bologna nei pressi dei Giardini Margherita, i grandi giardini di Bologna. Qui c’era una palazzina, che in seguito ho saputo era stata requisita dalle SS. Mi ci hanno fatto entrare, mi hanno messo nelle cantine che erano state adibite a celle e dopo un po’ di tempo - sempre sabato 8 luglio - mi hanno fatto salire e mi hanno portato in un ufficio. In questo ufficio c'era una sorta di gigante, un maresciallo delle SS e al tavolo sedeva un uomo dai capelli bianchi, l'interprete. Mi hanno fatto consegnare tutto quello che avevo in tasca. Poi è cominciato l'interrogatorio, fatto in uno strano modo, come probabilmente ne saranno stati fatti un'infinità. Non finivo nemmeno di dare risposta alle domande che mi rivolgeva l'interprete che questo gigante, il maresciallo delle SS, cominciava a percuotermi. Era effettivamente un gigante, mi picchiava talmente forte che ogni tanto vacillavo. Mi appoggiavo alla scrivania per sorreggermi e l’interprete mi percuoteva le mani con un righello. Tra l’altro io, alla domanda se conoscevo i ragazzi del mio gruppo, Giorgi, Ferrucci, Magri, Tiziani, rispondevo malamente o davo risposte sconclusionate. Per cui percosse a non finire.

Finito l’interrogatorio, uguale a quello subìto da tutti gli arrestati delle SS, sono stato riportato in cantina dai militari della PAI, Polizia Africa Italiani, che erano in servizio presso il comando delle SS. Per mia fortuna, le circostanze del mio arresto erano state abbastanza spettacolari, perciò qualcuno che aveva assistito alla scena del bar e che era del mio rione, il Mirasole, aveva provveduto ad avvertire mio fratello, che era renitente alla leva e nascosto in una casa. Io abitavo da solo, perché mia madre era morta e mio padre non c’era, pertanto avevo praticamente trasformato la mia casa in un arsenale, era piena di armi. Di notte le SS circondarono il mio rione e arrestarono tutti gli uomini di vicolo del Falcone. Per fortuna mio fratello, insieme ai compagni Magri, Tiziano, Giorgi e Ferrucci, aveva già provveduto a vuotare completamente la mia casa, portandone parte al comando GAP di Bologna e parte per mancanza di tempo buttandole nei tombini. Di fatto quando entrarono in casa mia non c’era più nulla e sequestrarono solo una radio, che poi ebbero il coraggio di dire di aver trovato sintonizzata su Radio Londra. Dopo qualche giorno mio fratello, trovata una divisa militare e dei documenti, riuscì a venire a trovarmi e, tanto mi avevano percosso, stentò a riconoscermi. Io giorno 9 luglio era stato arrestato Giorgio Spada, un altro membro della resiste nza. MI misero in un angolo, con le spalle girate, e fecero entrare questo mio compagno. “Franco Varini ha già confessato tutto” gli dissero. “Che cosa hai confessato, che non abbiamo fatto niente?” mi chiedeva. Io ho cercato di voltarmi, ma mi hanno sferrato un colpo che mi ha impedito di farlo. All’interrogatorio era presente il maggiore Walter Reder, senza un braccio e molto sorridente. Seppi dopo che era l’autore della strage di Marzabotto. Comunque non si interessò al mio caso più di tanto. Tutto l’8, 9 e 10 luglio le percosse continuarono. Fu portato davanti a me un sergente delle brigate nere che frequentava il nostro bar. Era lui che mi aveva fatto arrestare. “Riconosci in quest’uomo la persona che lo ha disarmato?” gli hanno chiesto.

Probabilmente la Madonna di San Luca, protettrice dei bolognesi, ci ha messo una buona parola. Fatto sta che lui ha risposto “era sera, non lo riconosco con certezza”. Le SS erano furibonde e l’hanno fatto portare fuori dalla stanza brutalmente. Io sono stato portato nella mia cella, privo di sensi. Non ero un eroe, ero solo un ragazzo di diciassette anni e mezzo che aveva paura di morire e voleva continuare a vivete. Quando il giorno 11 sono stato riportato nell'ufficio degli interrogatori tremavo e invece la sensazione che ho provato mi ha sorpreso. Ho visto, meglio dire ho intravisto perché avevo anche un occhio semichiuso, il maresciallo della SS , quello che mi aveva percosso, seduto sulla poltrona e l'interprete che si rivolgeva a me in modo strano. Mi disse, al termine di tante parole che non ricordo “adesso lei firmerà questi documenti. Le comunico che la sua condanna a morte - della quale io non sapevo niente - è stata trasformata in lavori”. Il giorno 11 è stato l'ultimo giorno che ho trascorso nelle celle delle SS di via Santa Chiara. Il 12 mattina ero solo nella cella, perché il giorno prima due fratelli bolognesi, due eroi della resistenza bolognese e un giovane che era stato trovato con un'arma scarica, erano stati giustiziati. Ma questo l'ho saputo in seguito. Ero solo in questa cella quando verso le quattro e mezza, non ricordo l'orario con precisione perché non sentivo il campanile della nostra bella città darmi l'ora, la cella è stata aperta. Sono stato portato fuori dove era un camion vuoto con quattro o cinque SS. Non ho pensato nemmeno lontanamente che non mi portassero alla fucilazione. Ho guardato in alto, c'era il cielo stellato, ho invocato mia madre - non avevo tanti protettori in alto - che mi desse una mano.

Con questo camion mi hanno portato davanti al carcere di San Giovanni in Monte. Qui hanno caricato un'altra trentina di prigionieri e siamo partiti. Quando siamo passati sulla Via Emilia, un fatto che ricordo, le SS sedevano sui lati del camion, e a un certo momento uno ha detto "l'abbiamo passato". Io sul momento non l'ho nemmeno capito, voleva dire "abbiamo passato via Agucchi" che era la strada dove c'era il poligono di tiro. Siamo arrivati nel campo di concentramento di Fossoli, a Carpi di Modena, il 12 luglio 1944. Una data che va ricordata, perché quella stessa mattina alcune ore prima erano stati portati fuori dal campo settanta prigionieri, anzi sessantanove perché uno di loro, Teresio Olivelli, riuscì a nascondersi, e altri due riuscirono a fuggire, mentre gli altri sono stati tutti fucila ti. Mi hanno immatricolato ma non ricordo il numero di matricola. A Fossoli non mi sono trovato malissimo, dormivo su un letto da solo e mi sembrava che le acque di tutto il mondo si fossero acquietate. Ho incontrato altri miei amici compagni di resistenza che erano stati arrestati. Mi dissero delle fucilazioni che erano avvenute, ma io preferisco parlare delle cose che ho personalmente visto. All’interno dei campo ho conosciuto Odoardo Focherini, un uomo eccezionale che mi incoraggiava sempre “coraggio topolino – mi aveva affibbiato questo nomignolo – stai tranquillo che ce la facciamo”. Un giorno chiesero a tutte le persone sane, che non erano portatrici di alcuna malattia, di dare la loro disponibilità ad andare come liberi lavoratori in Germania. Io avevo una serie di cicatrici dovute a disturbi di natura tubercolare. Focherini mi consigliò di dirlo, perché pensava che chi sarebbe rimasto nel campo sarebbe stato liberato. Così ho raccontato che ero malato di tubercolosi ossea e fui immediatamente scarta to. Una sera, durante un allarme aereo, girato l’angolo della baracca incontrai un uomo vestito di grigio con le scarpe da tennis. Non l’avevo mai visto. Ci salutammo e io rientrai in baracca. Provai a raccontare l’accaduto a Focherini ma questi, in modo abbastanza duro, mi disse “tu non hai visto nessuno”. Non sapevo che si trattava di Teresio Olivelli, che era stato nascosto nel campo. A Fossoli sono rimasto fino al 5 agosto, data che non posso dimenticare perché ricorreva il mio diciottesimo compleanno. Siamo stati trasferiti con le corriere a Bolzano.

A Bolzano il trattamento era molto diverso, ormai eravamo - non dico già in un lager - ma in un campo già abbastanza pesante. Le docce che venivano fatte la mattina coi tubi di gomma. Alcuni giorni dopo il mio arrivo, eravamo tutti fuori dalle baracche quando entrò nel campo una Mercedes. C’erano tre o quattro SS e, con il volto completamente tumefatto, l’uomo che avevo visto a Fossoli. Io ero un ragazzino e lui, che avrà avuto trentasei anni circa, mi sembrava un uomo. Andai subito a riferire l’accaduto a Focherini e questi si mise a piangere, rivelandomi l’identità dell’uomo che avevano tenuto nascosto. Nonostante avesse sei o sette figli, Focherini era uno di quelli che, eroicamente, aveva provveduto a mantenere Olivelli. Non ho la certezza della documentazione in proposito, ma temo che, dopo la nostra partenza da Fossoli, Focherini l’avesse affidato all’unica persona di fiducia rimasta nel campo, uno stalliere claudicante, e che questi avesse consegnato Olivelli alle SS in cambio della propria libertà. A Bolzano rimaniamo fino al 5 settembre 1944. La mattina del 5 settembre ci portano alla stazione ferroviaria di Bolzano, ci stipano dentro vagoni che poi vengono piombati - ormai questa è una storia che tutti conoscono - e poi via verso destinazione ignota. Sul comportamento della popolazione tedesca cito solo un piccolo episodio, ma bisogna ricordare che non tutti i Tedeschi erano nazisti e che circa settecentomila Tedeschi sono morti nei campi. Non va dimenticato che i primi dodicimila deportati di Dachau erano Tedeschi oppositori del regime nazista. Durante questo viaggio ci alternavamo a una finestrella dei vagoni ferroviari che aveva il filo spinato, ci davamo il cambio per respirare e vedere un po’ fuori. Arrivati in una stazione, penso fosse Monaco di Baviera, era affacciato uno dei due fratelli De Cassani, Arduino. Ad un certo momento vedo che si ritrae assieme ad altri. Gli chiedo cosa succede e lui dice che fuori ci sono dei civili che stavano chiedendo chi erano quelli nei carri e alla risposta delle SS sputavano contro le finestrelle. Mi dico che probabilmente era qualche fanatico, ne abbiamo avuti tanti noi. Il 7 settembre, data che ho fissato in modo indelebile nella mia mente, arriviamo a Flossenbürg... »

 

Franco Varini, ex deportato nei lager di Dachau, Kotten e Flossenburg, dopo essere passato per Fossoli e Bolzano, entrò giovanissimo nella Resistenza e fu arrestato per una delazione. A 17 anni la guerra lo catapultò in un mondo di violenza e atrocità, ma anche di solidarietà e speranza. Quel mondo  Varini riportò nel suo libro con stile franco e diretto.

 

In copertina, china acquarellata di Aldo Borgonzoni, 1982, Un numero un uomo

 
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